come nasce be mine

L’idea è nata circa 4 anni fa, quando un’amica, vedendo una borsa molto bella su una rivista mi chiese di realizzane per lei una simile, dato che conosceva il mio lato creativo. Cosi andai in merceria alla ricerca di tutto il materiale necessario e la realizzai..quando glie la portai la mia amica fu super entusiasta. Una seconda amica la vide e mi chiese di realizzarne una anche per lei. Così, amica dopo amica, realizzavo borsette su misura, della dimensione, forma e colore che desideravano. Acquistavo principalmente scampoli di finta pelle che si trovano facilmente e a casa tagliavo, incollavo, cucivo con la mia macchina da cucire. L'entusiasmo delle mie clienti di allora mi dava una grande carica!

Presto mi sono accorta che mi sarebbe piaciuto farne un progetto concreto e realizzare borsette personalizzate per tutte le donne che lo desideravano!

 

Ho iniziato da zero e tra le mille cose da fare c’era ricercare e scegliere i materiali con cui realizzare le mie borse. All'epoca avevo considerato l’idea di usare la vera pelle perché nel mio immaginario era ancora sinonimo di qualità e lusso, e io volevo fare le cose fatte bene. Anzi, pensavo, come tanti, che la pelle fosse uno dei cosiddetti materiali naturali, duratura, resistente.

Per natura sono molto curiosa e ben presto mi è venuto il pallino di capire come viene prodotta esattamente la vera pelle.

Ecco la definizione più comune (e a mio avviso più ‘comoda’) del termine concia:

“La concia è un procedimento atto a stabilizzare un materiale organico al fine di impedirne la putrefazione attraverso procedimenti chimici e meccanici per conferirvi le caratteristiche necessarie a diventare prodotto finito che conosciamo.”

 

 

perché vegan?

per l'ambiente

Ancor più incuriosita da questa definizione mi sono documentata e ho approfondito bene questo procedimento. Sono rimasta colpita da quanto sia inquinante il processo conciario e dell’impatto ambientale elevatissimo di questa pratica, senza dubbio antichissima, ma NON PIU SOSTENIBILE specialmente a livelli INDUSTRIALI.

Il quadro è ancora più grave se analizziamo la pelle a basso costo  prodotta dai paesi in via di sviluppo, dove le tecniche conciarie impiegate sono civilmente inaccettabili. Come in Bangladesh che è stato definito nuovo laboratorio del fast fashion mondiale, ove non vi è alcuna attenzione e precauzione a livello di tutela ambientale e dei diritti umani nei confronti dei lavoratori delle concerie. Qui infatti al personale non viene fatta formazione per la manipolazione delle sostanze pericolose, che finiscono spesso per causare incidenti. In dotazione gli operai hanno solo un paio di guanti per la protezione dai prodotti corrosivi e niente per l'inalazione delle sostanze nocive che provocano malattie, il tutto per bassi salari e sfruttamento del lavoro minorile.

 

Le pelli lavorate in Bangladesh sono tra le più ricercate per l’ottimo rapporto qualità prezzo, che gli operai però pagano spesso con la salute o addirittura con la vita.
A Dacca nella capitale del Bangladesh la lavorazione della pelle rappresenta un business significativo perché i costi bassi delle pelli conciate favoriscono le relazioni commerciali e le esportazioni con l'occidente. Dietro quei bassi costi si nasconde una vera e propria violazione dei diritti umani e la disperazione degli operai, costretti a lavorare in condizioni precarie manovrando cocktail di sostanze chimiche altamente nocivi.
A causa delle sostanze chimiche inalate, il 90% dei lavoratori delle concerie è colpito da problemi respiratori, malattie della pelle e addirittura dal cancro.

Le leggi ambientali sono più severe nell'Unione Europea, motivo del proliferare delle fabbriche in paesi in cui i regolamenti sono meno rigorosi ed è possibile ottenere guadagni più importanti.

 

Anche l’inquinamento ambientale è elevatissimo e fuori controllo. Gli scarti industriali finiscono direttamente nei fiumi costringendo gli abitanti a vivere in mezzo a vere e proprie discariche di rifiuti tossici che uccidono  tutte le forme di vita acquatica e hanno ripercussioni sugli esseri che bevono o si bagnano in queste acque. Le sostanze usate da queste concerie sono inoltre infiammabili, esplosive e corrosive.

 

Le tecniche di conciatura sono diverse ma tra le sostanze usate nel procedimento troviamo principalmente: 

cromo esavalente e altri metalli, grassi; tannini; solventi; resine; calce; formaldeide; sale, tensioattivi, alcale (come carbonato di sodio, idrossido di sodio), cloruro di sodio (usato solo per pelli non salate, come antigonfiante), battericidi ed enzimi proteolitici, acidi forti (solforico, cloridrico), acidi deboli (formico, acetico, borico etc.), sali a dissociazione acida, come il solfato o il cloruro di ammonio. 

L’impiego di queste sostanze causa emissioni tossiche che si disperdono nell’ambiente durante la lavorazione, senza la possibilità di essere sottoposte ad abbattimento e depurazione. 

 

Ecco alcuni dati tratti dal “Rapporto di sostenibilità 2014” dell’Unione Nazionale Industria Conciaria che analizza il reparto conciario italiano.

L’Italia rientra tra i paesi con più attenzione e impegno nel limitare l‘impatto ambientale della sua industria conciaria… se questi sono i numeri dell’Italia pensate che numeri possono avere i paesi in via di sviluppo. 

 

· Consumo idrico medio  

pari a 107,33 l/m2 

 

· Consumo energetico medio  

pari a 1,22 TEP* per 1000 mq 

 

*TEP è un’unità di misura dell’energia ed è acronimo di Tonnellata Equivalente di Petrolio. Una tonnellata di petrolio corrisponde a circa 6,841 barili (fonte Wikipedia) 

 

· Produzione rifiuti  

Mediamente 1,70 kg/m2 

 

“Circa il 30% (in peso) delle pelli grezze in ingresso in conceria è trasformato in prodotto finito. La restante quota di materiale organico viene scartato durante il processo, generando residui che, hanno differenti destinazioni finali e possono essere impiegati come materie per la produzione di mangimi per animali, fertilizzanti, compost, biogas, gelatine ed altro.” 

 

· Produzione rifiuti pericolosi  

pari al 3% del totale dei rifiuti prodotti 

 

“Tra i rifiuti pericolosi tipici delle lavorazioni conciarie sono ricompresi solventi, prodotti chimici di scarto, imballaggi contaminati da miscele/sostanze classificate come pericolose, gli oli lubrificanti, i materiali filtranti contaminati da solventi. […] Cloruri e solfati non possono essere rimossi efficacemente dai trattamenti di depurazione.” 

 

FONTE: “Rapporto di sostenibilità 2014” dell’Unione Nazionale Industria Conciaria

per gli animali

Dall’inquinamento ambientale allo sfruttamento della sofferenza e della morte degli animali il passo è decisamente breve: la pelle viene infatti spesso definita un sottoprodotto dell’industria alimentare. Purtroppo questa affermazione è un grande controsenso per due motivi. Il primo è che per riutilizzare e valorizzare uno scarto dell’industria alimentare della carne (già di per sé molto nociva e inquinante) si crea inquinamento aggiuntivo, dato che per trasformare le spoglie degli animali in un prodotto durevole (direi eterno) vengono immessi nell’ambiente elementi ancora più nocivi. 

Il secondo è che molte razze animali vengono allevate e uccise appositamente per la loro pelle, (e in certi casi il consumo della loro carne è scopo secondario) per esempio animali esotici come coccodrilli e serpenti o per la loro pelliccia (visoni, lapin, volpe) 

Le pelli che saranno trasformate in cuoio permetteranno inoltre all'industria della carne e ai macelli di massimizzare il profitto dalle loro attività, sempre per via del fatto che viene riutilizzato uno scarto che avrebbe invece dei costi di smaltimento.

 

È stato così che ho deciso che avrei bandito da BeMine la vera pelle e anche tutti i derivati di essa: nelle mie borse infatti non è presente nulla che sia di origine animale, nemmeno nei collanti e nei rinforzi interni. Certo questa scelta mi è costata non poca fatica:

ho dovuto sostenere quasi degli interrogatori sul perché, delle borse così belle, avessi deciso di farle in finta pelle e non in vera e lussuosa pelle.

Qualche cliente ha tentato anche di corrompermi per farmi realizzare uno dei miei modelli in pelle solo per lei! Ad alcuni eventi ho visto persone prendere in mano le mie borse dicendomi, “Bellissime, di cosa sono fatte?” e poi riporle coi volti delusi, alcuni quasi schifati, alla mia risposta. Lo ammetto, ho dovuto anche rinunciare a trarre il massimo profitto dal mio progetto perché al momento sul mercato le borse in vera pelle hanno ancora un valore molto alto rispetto a quelle fatte in materiali alternativi.

 

Nonostante ciò, ho deciso che avrei continuato a usare la finta pelle, ma l’avrei scelta MADE IN ITALY e di altissima qualità. 

quindi di cosa sono fatte le be mine?

Spesso la finta pelle viene associata solo a prodotti di scarsa qualità, magari di importazione. Ci sono invece delle bellissime aziende italiane che la producono, quelle da cui mi rifornisco io in particolare si trovano in Lombardia, quasi a km 0.

L’obiezione che mi viene spesso fatta è che la finta pelle non è un materiale ecologico in quanto è un derivato del petrolio. Questo materiale infatti si classifica tra i tessuti spalmati perché viene prodotto spalmando appunto un polimero o una resina su un supporto di tela, imprimendo poi le varie texture della pelle.

 

Ogni oggetto che viene prodotto ha un impatto sull'ambiente, occorre quindi impegnarsi e scegliere ciò che ha l’impatto minore. Io scelto questo materiale perché è una validissima alternativa alla vera pelle, rispetto alla quale é meno inquinante a livello ambientale. Ma è comunque un prodotto artificiale.

Anche per questo motivo ho scelto di affiancare alla finta pelle dei materiali alternativi ancora più ecosostenibili.

Questa decisione è stata motivo di ricerca e studio continuo: ora ho una lista lunghissima di materiali eco con cui vorrei realizzare i miei modelli e penso che questa lista sia destinata ad allungarsi perché vengono costantemente messi a punto  tessuti innovativi e sorprendenti e il mercato di questi prodotti è in crescita esponenziale. Per adesso, oltre alla vegan leather ho impiegato il Sughero naturale, già noto nella pelletteria, e il PinatexTM

 

SUGHERO: quello che acquisto io viene prodotto in Italia da un’azienda marchigiana. Per ricavare il sughero non si danneggia la pianta, la Quercus Suber, in quanto essa viene decorticata del quando  sta già in parte staccandosi per il naturale ricambio.

I trucioli di sughero vengono poi impastati e tagliati in lamine sottili o fogli, che vengono accoppiati a un supporto di tela di cotone che garantisce resistenza e stabilità

Questo materiale si può stampare, goffrare ed è appositamente studiato per la pelletteria quindi è traspirante e impermeabile.

 

PINATEX: Sono entrata subito in sintonia con questo materiale perché la sua ideatrice, la spagnola Carmen Hijosa, è stata motivata alla sua messa a punto dal fatto che anche lei, come me, era rimasta colpita dagli effetti devastanti della concia della pelle. Cosi ho sentito questa affinità elettiva e ho deciso di provare.

Questa fibra viene realizzata con gli scarti dell’ananas, precisamente con le fibre del torsolo che vengono essiccate, intrecciate e tinte. Il pinatex infatti è realizzato al 80% da appunto fibre di ananas e per il resto da cellulosa che fa da legante.

 

La moda, insomma, sta sempre più abbracciando ideali ispirati al rispetto della natura ingegnandosi per la realizzazione di collezioni di accessori vegan, cruelty free e animal friendly.

 

Anche tra i nomi dell’alta moda c’è moltissima attenzione e innovazione, spicca principalmente Stella McCartney che produce le sue borse in vegan leather da sempre, e sempre più stilisti famosi stanno bandendo le vere pellicce dalle loro sfilate, come Giorgio Armani e Gucci. A parte i nomi più noti, cui sono associati prezzi pur sempre elevati, sono reperibili anche su internet bellissimi brand che propongono accessori vegan.

 

Nel suo piccolo c'è anche BeMine, che spera di diventare grande presto!